Sono una persona che ha sviluppato una forte tendenza a nascondersi.

Ne sono consapevole ed è un comportamento che voglio cambiare. Non mi piace.
Mi nascondo per evitare reali (o presunte)  conseguenze negative dei miei atti, ma non mi fa sentire bene, non mi lascia soddisfatta. Anche se evito una possibile “punizione”, rimango con l’amarezza di aver commesso qualcosa di male, quando male non ho fatto. 

In quest’articolo vi racconto un episodio in cui mi sono nascosta, me ne sono accorta e mi sono mostrata… e tutto quello che ho scoperto di me grazie a questo processo.

Sono in vacanza e alloggio in un appartamento. Due camere, cucina, bagno, un bel terrazzo. In mezzo alla natura, nel nord della Francia. Un bel posto dove trascorrere un paio di settimane un po’ più al fresco, mentre a casa l’afa estiva imperversa.

Un giorno dopo pranzo, mentre sto asciugando le stoviglie, un bicchiere mi cade di mano e si rompe. 

“Ohhh…!!” esclamo “Mi dispiace…”. Il bicchiere è andato in frantumi. 

Prendo paletta e scopino, raccolgo i vetri e li butto nel bidone dell’immondizia.

E ora, che faccio? La prima cosa che penso è

“Bé, non è un dramma, non mi sembrava un bicchiere di valore”. Poi, dopo un attimo “Lo dirò alla padrona di casa, non credo ci saranno problemi. Tutt’al più glielo rimborserò”. Mi sembra la cosa più sensata da fare e, davvero, non penso ci saranno problemi, né che lei mi chiederà di rimborsarlo. Di dieci bicchieri che ci sono in cucina, non ce n’è uno uguale all’altro.

Poi però, non so cosa mi succede, ma inizio a pensare “Non le dico niente. Compro un bicchiere e faccio finta di niente. Nessuno se ne accorgerà”.

Inizio a oscillare tra questi due pensieri “Glielo dico e lascio che mi dica lei se vuole un rimborso” e “Compro un bicchiere nuovo e non le dico nulla”.

Il mio istinto mi dice che la prima opzione è quella “giusta”. E che faccio allora? Naturalmente,  scelgo la seconda!! Vado al supermercato e compro un bicchiere.

Ne trovo uno molto somigliante, lo porto a casa, lo metto nella credenza e penso che sia finita lì.

E invece… invece la sera, mentre sto cenando, ho un’illuminazione e mi dico “Mi sto nascondendo”.

Improvvisamente mi rendo conto che mi sto nascondendo. Comprando un bicchiere nuovo e non dicendo nulla sto nascondendo il mio “delitto”, sto nascondendo quello che ho fatto. Cerco di fare in modo che nessuno si accorga di niente. 

Ho una forte tendenza a nascondermi.

Lo so ed è un comportamento che voglio cambiare. Non mi piace. Mi nascondo per evitare reali (o presunte)  conseguenze negative dei miei atti, ma non mi fa sentire bene, non mi fa sentire soddisfatta. Anche se evito una potenziale “punizione” rimango con l’amarezza di aver commesso qualcosa di male, quando male non ho fatto.

Così, mando un messaggio alla proprietaria dell’appartamento “Mi dispiace… ho rotto un bicchiere… ne ho acquistato uno… non è proprio uguale agli altri…”. Risposta “Nessun problema, non si preoccupi”.

Qual’è il problema di mostrarsi? Perché per me è così difficile mostrare quello che ho fatto?

I termini “mostrare” e “mostro” hanno la stessa radice e fanno riferimento all’ammonire. Il mostro viene a darci un monito. Ne parlo nel mio articolo “C’è un mostro dentro di me..??”.

Qui devo mostrare la parte di me che ha combinato un guaio. Certo, per me è più semplice mostrare quella che rimedia e che fa bene le cose. In effetti riesco a mostrarmi nel momento in cui ho rimediato al guaio che combinato. Dico alla proprietaria “Ho rotto il bicchiere, ma l’ho anche ricomprato”. Sarebbe stato diverso dirle soltanto “Ho rotto il bicchiere”. 

Ma non è solo questo.

L’aspetto che a tratti salta fuori mentre sto oscillando fra “Glielo dico” e “Non glielo dico” e che mi dice che quello che voglio fare (e che poi faccio) è ingiusto, è che non sto lasciando alla proprietaria del bicchiere la facoltà di decidere come vuole che venga riparato il danno.

Questa sento che è la vera ingiustizia, il vero delitto che sto commettendo.

Il bicchiere l’ho rotto, è vero, ma è stato un incidente, non è stato voluto. Invece qui io sto decidendo scientemente di nasconderle quello che è successo e che la riguarda, che riguarda un bene (per quanto piccolo) di sua proprietà e la sto privando della possibilità e del suo diritto di sapere che cosa succede in casa sua e di decidere come gestire quello che succede in casa sua.

Mentre scrivo una voce dentro di me dice “Ma è solo un bicchiere!!”. E’ vero, all’inizio è solo un bicchiere. Ma poi, quando lo nascondo, non è più solo un bicchiere!

Dentro di me il bicchiere rotto e la mia decisione di occultarlo fanno eco con altre situazioni, altri momenti in cui ho deciso per l’altro.

Questo è quello che mi duole di più e che non mi lascia tranquilla finché, finalmente, arriva l’intuizione e vedo quello che sto facendo “Mi sto nascondendo!”.

Il mio delitto non è la rottura del bicchiere. Quello è davvero un incidente, di cui non ho colpa. È del tutto involontario. La cucina è molto piccola e c’è poco spazio, motivo per cui, dopo aver lavato i piatti, li sto asciugando per riporli, per poter avere un po’ di spazio sul banco di lavoro. Inoltre il bicchiere è molto leggero. Tra il poco spazio, il vetro così leggero e il canovaccio, il bicchiere mi scivola di mano, cade e si rompe.

Fin qui, è solo un bicchiere.

Ma, quando inizio a escogitare il mio piano, ci rimugino, non dico niente, compro il bicchiere nuovo cercandone uno identico al vecchio, lì non è più solo un bicchiere.

Non è più solo un bicchiere

Lo faccio diventare qualcos’altro, di più grave, di più grande.

Lì diventa: “Ti frego”, rivolto alla proprietaria. 

Anni fa una persona della mia famiglia si ammalò e, per lungo tempo, nessuno mi disse nulla. Finché un giorno io lo scoprii e chiesi “Perchè non mi avete detto niente?”. Mi risposero “Non era niente di grave… non volevamo farti preoccupare…”. Io replicai che, proprio perché non era niente di grave, avrebbero potuto dirmelo. Altrimenti io penso che qualcosa di grave c’è, per questo non mi viene detto. 

Se non è niente di grave non c’è nulla di cui preoccuparsi, dunque può essere detto. Se non viene detto, qualcosa di grave e di cui preoccuparsi ci deve essere. Percepivo che i miei familiari non erano sinceri con me, mi stavano nascondendo qualcosa e il motivo non era per proteggermi. Volevano decidere loro, volevano avere il controllo della situazione senza dover avere a che fare con me, che probabilmente li avrei contestati o gli avrei proposto di fare qualcosa di diverso da quello che volevano loro.

Comprendo da dove mi viene il mio atteggiamento. Ho imparato nella mia famiglia la paura di confrontarsi, di avere uno scambio tra pari, magari forte, ma nel rispetto reciproco; l’incapacità di affrontare le decisioni condividendole. Uno decideva per tutti e gli altri se ne stavano. 

Vedere questo mi aiuta a giudicare meno la mia attitudine. Comprendo che, per la mentalità dei tempi, della mia famiglia, questo modo di fare poteva essere utile, quello “giusto”.

Ma riesco anche a vedere che, ora, nel mio contesto, nel mio qui ed ora, questo atteggiamento non ha senso. Non ha utilità ed è anche, in qualche modo, un sopruso. Perché il bicchiere non è mio. E io non posso arrogarmi il diritto di decidere per un’altra persona.

Chissà cosa mi aspetto che faccia la proprietaria se le dico che ho rotto un suo bicchiere…

Comincio a intuire la risposta: mi aspetto che di un sassolino faccia una montagna.

Che di un bicchiere ne faccia una questione grande come una casa.
Che di una sciocchezza ne faccia una questione di principio.
Che di un niente, ne faccia un dramma e un problema.

E questo, incredibilmente, è quello che faccio io.

Ho paura che lei si arrabbi con me per il bicchiere rotto e ne faccia una gran questione, perché io ne faccio una gran questione. Questo si vede dal mio nasconderle quello che ho fatto.

Riprendo l’esempio dei miei familiari di poco fa: se non è niente di grave si può dire, non serve nasconderlo. Se lo nascondo, qualcosa di grave ci dev’essere. Non necessariamente a livello diciamo così oggettivo, concreto, ma magari più interiore, a livello di come viene percepito.

E io qui faccio esattamente lo stesso: nonostante io mi dica che rompere un bicchiere non è grave, devo pensare che è grave, perché non glielo dico.

Non sono consapevole di quello che penso profondamente (“Rompere un bicchiere è grave”), mi crea un problema pensarlo (“Cosa succederà adesso? Cosa mi farà/dirà?”) e dunque proietto su di lei il mio giudizio di gravità e mi aspetto che lei si arrabbi con me e, letteralmente, me la faccia pagare.

Razionalmente mi rendo conto che è un pensiero assurdo, di fatto è del tutto irrazionale. Ma irrazionale vuol dire, appunto, “non razionale”, non “senza senso”. Ciò che è irrazionale ha “un senso non razionale”.

Il senso non sta qui, nell’oggi, ma altrove, nell’infanzia …

A casa mia tutto era un problema. Qualsiasi cosa. La vita era problemi.

Irrazionalmente, il pilota automatico che è in me si inserisce e parte da solo “Questo è un grosso guaio. Devo rimediare prima che se ne accorgano”.

In questo modo “solo un bicchiere rotto” diventa “decido io per te e per la tua cucina”.

Le cose piccole ci mettono un attimo a diventare grandi.

I sassolini a diventare montagne.

Sorrido pensando che il mio motto, quando ho creato questo sito, è stato “I problemi sono opportunità di crescita”.

Questo è il mio modo di provare a riparare un atteggiamento, una mentalità che sono eccessivi, che drammatizzano tutto, che di ogni sassolino fanno una montagna.

Per ritornare con i piedi per terra, per dare una misura un po’ più realistica alle cose, a quello che ci succede, per poter andare a verificare e toccare con mano che le cose possono anche andare bene, che la vita è anche generosa, che ci si può aiutare l’un l’altro.

La mentalità della mia famiglia non è sbagliata. Era “giusta” in quel momento, in quel contesto. Un bicchiere di adesso non è un bicchiere di allora. Dieci euro di adesso non sono dieci lire di allora. Quello che è sbagliato è applicarla nel contesto di adesso senza verificare se è adatta.

Come se noi, per curare una persona malata, le dessimo una certa medicina, che abbiamo già usato per curare quella malattia. Solo che la persona non migliora e noi, anziché provare a cambiare la terapia, insistessimo con quella stessa.

Ogni persona è un mondo. Ogni contesto è diverso. Ogni tempo è a sé.
Abbiamo bisogno di renderci conto che siamo adulti ora, non più bambini. Siamo noi, non i nostri genitori. Viviamo in tempi diversi. Facciamo lavori diversi. Sperimentiamo esperienze diverse.

Anche la nostra mentalità ha bisogno di essere diversa.