Avevo concluso la prima parte dell’articolo notando che, a seconda che fossi spettatrice o protagonista nelle situazioni descritte, mi fossi sentita in maniera molto diversa.
Questo mi aveva incuriosito e spinto a osservare meglio l’accaduto. Così facendo, avevo notato alcuni elementi interessanti. Il primo è che tutto accade in virtù di un errore.
L’errore è: qualcuno pensa che qualcun altro abbia effettuato un ordine, quando non è così.
Il barista pensa che un cliente abbia ordinato un caffè. L’impiegata pensa che io abbia richiesto una tessera. Ma nessuno di noi due ha ordinato quella cosa. Si offre alla persona qualcosa che non ha richiesto.
Ma il fatto che non l’abbia richiesta non significa necessariamente che la persona non la voglia.
Perchè, per la legge della “proiezione”, se una cosa mi arriva, dev’essere che in qualche modo, la voglio, anche se non consapevolmente.
Finora ho ragionato nei termini che “mi offrono qualcosa che non mi spetta” e fondo il non mi spetta sul fatto che non l’ho pagata io.
Al bar lo scontrino si fa prima di ordinare, dunque il caffè (se mai è stato davvero ordinato da qualcuno) è stato pagato da qualcuno che non era il mio vicino.
La tessera è prepagata. Prima paghi e poi usufruisci dei servizi. I soldi non li ho messi io.
Se ragiono in questi termini, né il caffè né la tessera mi spettano.
Quando ragiono in termini di pagamento, di ciò che mi spetta e di ciò che non mi spetta arrivo sempre alle stesse conclusioni: che non posso prendere qualcosa che non ho pagato, che non è giusto, devo seguire i miei canoni morali e insistere più di loro nel dire che c’è un errore. Oppure: se il barista e l’impiegata insistono, allora sono autorizzata ad approfittarne, peggio per loro.
Nel momento in cui io non utilizzo la tessera, e dunque non ne approfitto, io dovrei essere a posto. Ho fatto il mio dovere, l’impiegata mi ringrazia per l’onestà.
Però quando arrivo a questo punto, che è un punto che fila, tutto sommato, ha una sua logica, io non mi sento soddisfatta e continuo a pensare che se questo genere di situazioni mi capitano in maniera così ripetitiva, ci dev’essere qui qualcosa che ancora non ho capito.
Perchè quando comprendiamo davvero quello che la Vita ci sta dicendo, allora c’è un cambiamento. Che qui ancora non c’è.
Sposto dunque l’attenzione da “ciò che mi spetta” a “ciò che voglio”.
Metto in dubbio qualcosa che parrebbe essere scontato, ovvero che che se non chiedo qualcosa questo significa che io non la voglio.
E mi pongo la domanda “Ma io lo voglio quello che arriva?”
Il signore lo vuole un caffè? Io voglio la tessera prepagata?
Il signore al bar sta facendo colazione con una spremuta e una brioche. Magari non voleva bere caffè quella mattina, magari ne beve già tanti durante la giornata, magari è iperteso e il caffè gli fa male… però ad un certo punto lo prende e lo beve. Se lo beve, ne deve in qualche modo avere voglia. Perché se non ne avesse proprio voglia, lo rifiuterebbe anche la terza volta!
E io, davvero non voglio la tessera? Perché no? In fondo mi darebbe diritto a degli sconti, a delle promozioni. Anche se non vado spesso in quel centro, comunque ogni tanto ci vado e anche da qualche anno, potrei senz’altro usufruire di qualche vantaggio.
Se ragiono nei termini che “quello che accade fuori riflette quello che accade dentro di me”, allora si direbbe che il “fuori”, l’esterno sta riflettendo un desiderio che è al mio interno che io non mi permetto non solo di esprimere, ma nemmeno di riconoscere a me stessa.
Dev’essere un desiderio che giudico, che considero sbagliato, che ritengo di dover mettere a tacere. Non so che desiderio ci sia nel signore al bar, però so quanto giudizio c’è in me per il fatto di frequentare un centro benessere!
Io so che mi piacerebbe andarci di più… so che mi piacerebbe permettermi più cose per la cura del corpo, per la mia bellezza… ma sento una parte di me che dice “Ma chi ti credi di essere?! Spendere soldi in cose così superficiali..! Sei una vanitosa!”.
Fare la tessera implicherebbe diventare una cliente fidelizzata del Centro e attiverebbe un coro di proteste dentro di me.
Penso che non mi spetta. Non me lo merito.
E’ qualcosa di così profondo e radicato in me che a stento arriva alla coscienza.
Ma il desiderio in me c’è. E la Vita me lo riflette, me lo continua a mettere davanti, me lo continua a mettere sotto il naso, come a dirmi “Sei proprio sicura che non lo vuoi? Proprio proprio sicura? Secondo me invece lo vuoi!”.
Per ragionare nei termini di “lo voglio” oppure “non lo voglio” abbiamo bisogno di smettere di giudicare.
Non possiamo giudicare un desiderio.
Un desiderio è solo un desiderio, è quello che è. Mi piace il giallo, non mi piace il blu. Mi piace il dolce, non mi piace il salato.
E’ un gusto, un’inclinazione, un temperamento.
Non si tratta nemmeno di assecondare incondizionatamente ogni desiderio che abbiamo.
Per me, si tratta di ascoltarci un po’ di più, osservarci un po’ di più e considerare se c’è qualcosa in più o di diverso che possiamo fare rispetto a quello che stiamo facendo.
“Stamattina faccio una colazione sana e prendo il succo d’arancia!”. Però anche un caffè, mi farebbe piacere… se ne bevo uno, in tutta la mattina, mi può davvero pregiudicare?
“Non faccio la tessera, che tanto qui ci vengo poco e non m’interessa”. Però una volta al mese ci vengo… se ci vengo tutti i mesi, dopo sei mesi accumulo uno sconto che mi permette di avere un trattamento a metà prezzo… davvero non mi farebbe comodo?
“Che cosa voglio?” è una domanda importante.
E’ una domanda che ci aiuta a conoscerci, a riscoprire chi siamo, quali sono le nostre inclinazioni, le nostre propensioni.
E’ così importante che quando noi la scavalchiamo, la Vita ci riporta lì, come a dirci “Ehi! Sei proprio sicuro che questa cosa non la vuoi? Guarda meglio!”.
Non si tratta di approfittare (nel senso di abusare, sfruttare), ma di trarre profitto.
La Vita è qui perché noi ne traiamo profitto.
La Vita non ci nega nulla, siamo noi che pensiamo di non essere meritevoli e di non avere diritto.
La Vita ci spetta, profittiamone.





