Alla fine della prima parte di questo articolo vi parlavo di quello che secondo me c’è dietro (o sotto) a certi comportamenti che normalmente etichettiamo come “maleducazione”.
Vi dicevo che, secondo me, c’entra la paura. Ma non una paura razionale o pertinente all’evento in sé, bensì una paura “fuori luogo, fuori contesto e anche fuori tempo”. Porto qualche altro esempio.
Vi capita mai, se viaggiate in treno, di vedere a volte persone che si preparano tanto tempo prima di scendere?
Dieci minuti, un quarto d’ora prima o addirittura dalla fermata prima (parecchi minuti prima)?
Nella mia famiglia ricordo quanta apprensione c’era quando mia nonna viaggiava in treno rispetto al fatto che “non facesse in tempo a scendere”.
Era una paura del tutto immotivata. Mia nonna era una donna attiva, presente, si muoveva agilmente, riusciva a portare il suo bagaglio senza problemi. Eppure, in casa ci si preoccupava molto di questo. A volte le veniva detto di scendere non alla fermata dove sarebbe dovuta scendere, ma ad una prima o dopo perché lì il treno stava fermo qualche minuto in più! E i parenti facevano strada in più per andarla a recuperare, tranquillizzati dal fatto che sicuramente lei sarebbe scesa!
Oppure vi ricordate durante il lock down quando si andava a fare la spesa e si strariempivano i carrelli? Non era solo perché non si poteva uscire di casa, era anche per la paura di rimanere senza provviste. Nonostante venisse ripetuto che non c’era questo rischio e di fatto nei supermercati i prodotti non mancassero, molte persone sentivano il bisogno di accumulare e fare scorta.
Io non ho mai patito la fame e non mi sono mai ritrovata senza un tetto sopra la testa.
Nella mia famiglia non ci siamo mai ritrovati in ristrettezze economiche. Eppure i miei familiari ci pensavano continuamente…
Provengo da una famiglia di agricoltori e ricordo i discorsi “Siamo fortunati perché abbiamo la terra! Possiamo coltivarla e avere di che vivere, se succede qualcosa…”.
Non stava succedendo niente, in realtà. Stavamo bene, non ci mancava nulla, eppure loro pensavano sempre alla “mancanza”.
I miei nonni avevano vissuto le due guerre mondiali. Avevano conosciuto l’emigrazione e il ritrovarsi in un paese straniero “lontani da casa e senza casa”. Avevano vissuto malattie e mancanza di risorse per curare le malattie. Avevano visto questo accadere nella loro casa e nelle case vicine.
Erano portavoce di esperienze che li avevano segnati profondamente.
Questi segni sono rimasti e sono stati trasmessi alle generazioni successive.
Non ho mai dovuto affrontare situazione così estreme come le loro. Situazioni in cui la mia sussistenza, la mia esistenza in vita siano state in pericolo.
Ma, non di meno, basta che qualcuno mi si metta davanti alla fermata del treno o al bar, che io ho un sussulto e penso “E se non riesco a scendere?! Se non riesco a ordinare?!”.
E sento che mi devo affrettare, che mi devo far vedere, devo alzare la voce, devo spingere via qualcuno e farmi spazio, perché sennò.. sono persa!!
Mi sto comportando come i miei familiari che “hanno la terra” ma pensano che la potrebbero perdere da un momento all’altro.
Certamente tutto può cambiare da un momento all’altro. Ma questo non è un buon motivo per non vivere il momento presente e godere di quello che c’è, ora!
I nonni hanno affrontato le guerre, sono andati a lavorare all’estero e con quello che hanno guadagnato hanno costruito una vita migliore per sé stessi e per i loro figli.
Continuando a pensare che si può perdere tutto, però, perdiamo tutto davvero. Perchè vanifichiamo quello che abbiamo.
L’abbondanza non è “avere tanti soldi”
L’abbondanza è avere fiducia.
Fiducia che la Vita ci darà in ogni momento ciò che ci è necessario per la nostra evoluzione, la nostra crescita e il nostro completamento come persone. E’ vero che ci sono le guerre, la povertà, la fame. Ma ci sono anche il lavoro, le risorse e le opportunità.
Personalmente, ho imparato molto bene a guardare quello che manca, quello che non va, quello che non c’è. Ad un certo punto, però, mi sono domandata se guardare sempre in questa direzione mi potenziava o se mi limitava.
Potete intuire la risposta… Così mi sono detta:
Mi serve di più pensare di non riuscire a salire/scendere dal treno o avere fiducia che ce la farò?
Mi serve di più affrettarmi a ordinare il caffè prima che mi passino davanti o rilassarmi e godermi il caffè, fosse anche che lo ordino dopo il mio vicino?
Mi sono detta:
Non è scontato, non è automatico, però ci voglio provare a vivermi tutto quello che c’è.





