Alcuni anni fa una persona mi chiese un risarcimento danni. Mi riteneva responsabile di una situazione che ci aveva viste coinvolte entrambe, insieme ad altre persone. Io, però, non ritenevo di avere responsabilità dell’accaduto. Mi ero consultata con un legale e, stando a quanto questi mi disse, non toccava a me risponderne. O, perlomeno, non soltanto a me.

Con questa persona ci confrontammo un po’ di volte. Lei diceva la sua, io dicevo la mia. “Tu avresti dovuto fare questo, questo e quest’altro”. “Però tu hai accettato le cose come stavano! Perchè non hai verificato prima se non ti andava bene?”.

Andammo avanti così per un po’, finchè un giorno le dissi: “Senti, se ho delle responsabilità in questa storia non intendo sottrarmi. Però voglio essere certa che le responsabilità siano mie e mie soltanto. Se la legge e un giudice riterranno che sia così, mi assumerò le mie responsabilità”. 

La persona rispose “D’accordo. Procederemo per vie legali”.

Iniziai ad aspettare.

Ero sicura che questa persona avrebbe avviato una causa.

Invece passarono alcuni mesi in cui non accadde nulla: nessuna telefonata, nessun contatto, nulla di nulla.

Finchè un giorno… trovai nella cassetta della posta l’avviso per andare a ritirare una raccomandata.

Immediatamente pensai che fosse l’avvio della causa per il risarcimento.

Fu un colpo. Ormai speravo che la cosa si fosse dissolta, che la mia controparte ci avesse messo una pietra sopra, che avesse bluffato… e invece, ecco che arrivava una raccomandata.

Era certamente per quello. 

Dovetti aspettare un paio di giorni prima di poter andare a ritirare la lettera e furono due giorni d’angoscia.

La cifra che la controparte mi aveva chiesta ai tempi non era esorbitante, però per me non era poca cosa. In più, durante uno dei nostri colloqui più accesi, le era uscita una frase che diceva “Guarda che ci sono responsabilità penali in questa faccenda..!!”.

Cosa sarebbe successo? Come me la sarei cavata? Come avrei fatto a pagare? E se c’erano responsabilità penali, cosa di peggio del risarcimento economico mi sarebbe stato inflitto?!

Finalmente, arrivò il momento in cui potei andare alla Posta per ritirare il plico.

Me lo ricordo come fosse adesso: era un pomeriggio un po’ freddo e piovoso e io ero in piedi al banco della posta. L’impiegato era andato all’interno degli uffici a cercare la mia raccomandata. 

Quando tornò, ancora prima di sedersi, mi porse la busta e nell’angolo in alto a sinistra, vidi la scritta prestampata “Comune di … (il luogo dove abitavo)”.

Presi la busta, firmai e corsi fuori. La aprii con foga e dentro c’era … la mia nuova tessera elettorale.

Non ci potevo credere

Ero così sicura che fosse la richiesta di rimborso danni, così sicura, così sicura che continuavo a guardare la tessera elettorale e a non poterci credere.

Più di recente, ma sempre qualche anno fa, dovevo essere operata.

Ero già stata operata un po’ di tempo prima ma, durante una visita di controllo, il medico aveva rilevato che l’intervento non era andato come sperato e mi disse che avrei dovuto essere rioperata.

Era un intervento ambulatoriale (niente di vitale, per intenderci), però non era banale. Era impegnativo al punto che una volta non era bastata e bisognava rimetterci mano.

Fissarono la data dell’intervento a un paio di mesi dalla visita.

Man mano che la data si avvicinava la mia paura e la mia angoscia aumentavano.

Era una paura irrazionale, lo sapevo bene. C’ero già passata una volta ed ero ancora viva e vegeta, però…

Però avevo tanta paura. Che di nuovo non andasse bene, di avere dolore, di non potermi muovere, di dover stare allettata, di non so neanch’io cosa… Anche solo l’idea che la mia integrità fisica venisse attaccata per la seconda volta!!

Comunque, stoicamente, affrontai la mia paura e arrivò il giorno dell’intervento.

Alla data e ora prefissate entrai nella sala di preparazione all’intervento, dove c’erano una dottoressa e due infermiere. Controllarono i miei dati, verificarono il tipo di intervento da eseguire e poi la dottoressa mi visitò.

E lì, accadde una cosa.

Mentre la dottoressa mi stava visitando la sentii dire “Signora, una buona notizia per lei… non c’è niente da operare!”.

Io ebbi un attimo di stordimento, rimasi qualche secondo senza poter parlare, finché riuscii a dire “Cosa…?” , “Sì, non c’è più niente da operare… si vede che il suo sistema immunitario ha reagito… qualche volta succede…”.

NON DOVEVO PIU’ ESSERE OPERATA!

Il sollievo che ho provato…. Non ve lo posso descrivere.
E’ meraviglioso quando quello che ti spaventa così tanto non si verifica!
Ma… è proprio vero che non si verifica?

L’evento in sé (la causa legale, l’operazione chirurgica) non si verificano. Ma dentro di me è come se si verificassero.

Anche se fuori non accade, dentro accade.

Non ho dovuto sborsare qualche migliaio di euro e non sono stata aperta con un bisturi.
Ma per mesi ho pensato, sentito, creduto che sarebbe successo.
Per mesi ho vissuto pensando che sarebbe successo.
Per il mio sistema, é successo.

Per il mio stomaco, che si è chiuso, è successo. Per il mio intestino, che si è contorto, è successo. Per le mie cervicali, che si sono irrigidite oltre misura, è successo .
Per i miei organi poco importa se, alla fine, fuori non è successo. Dentro è successo di tutto!

Quando sento dire “E’ solo mentale! E’ solo nella testa! Non è niente di fisico, è solo psicologico!” io, tra me e me, penso “SOLO??!”.

Sono solo io che a volte ho così paura che faccio fatica a respirare? Sono solo io che a volte sono così preoccupata che mi viene mal di testa? A nessun altro succede?

Succede solo a me che la mia testa produce pensieri tali da ritrovarmi con un sintomo fisico o con una giornata rovinata?

Io non credo. Non credo proprio di essere l’unica. 

Come possiamo sottovalutare in questo modo l’impatto che hanno i nostri pensieri e le nostre emozioni sulla nostra salute e sul nostro benessere?

O siamo così arroganti da pensare che noi siamo in grado di controllare la nostra mente e le nostre emozioni e decidere cosa pensare e cosa sentire?

Con gli altri possiamo bluffare e far credere che a noi questo o quello non ci toccano, ma ognuno dentro di sé sente che non è così.

Davvero un impatto notevole!

Pensate a quanto i miei pensieri mi hanno condizionata facendomi sentire come mi sono sentita!
Io lo sapevo che la mia paura era irrazionale.

Avevo parlato con un legale che mi aveva detto “Non spetta a te farti carico della questione” e avevo già affrontato una volta l’intervento, uscendone sana e salva.

Mi dicevo tutto il tempo che non c’era niente da temere, ma erano pensieri che restavano in superficie. Non ci credevo veramente.

I miei visceri mi dicevano “Allerta! Pericolo in arrivo!”.  A questo credevo e questo non è così semplice da cambiare.

La paura è paura.

Non basta una pacca sulla spalla e dirle “Dai, non ci pensare!”.

Tutti conosciamo la preoccupazione.

Preoccuparci è pre-occuparci. Ovvero: mi occupo di qualcosa che ancora non è successo, che non so se succederà e che addirittura potrebbe non succedere.

Preoccuparsi è agitarsi. E’ pensare, è fare con la mente.

Quando mi preoccupo non sto veramente facendo qualcosa. Sto pensando a qualcosa.

Quando mi preoccupo quello che faccio è pensare tutto il tempo “Cosa mi succederà? Come farò?”.

Quando mi occupo vado da un legale, seguo una terapia e effettuo i controlli medici.

Mi preoccupo del prima  e mi occupo dell’adesso.

Per me, pensare al prima, pre-occuparmi, è sempre stata una costante nella mia vita. 

Sono cresciuta con questo mantra nelle orecchie “Bisogna fasciarsi la testa prima di rompersela!”.

Questo modo di pensare ha certamente un’intenzione protettiva ma ha anche effetti indesiderati e limitanti. Fasciandomi la testa ancora prima di rompermela, io sto tutto il tempo con la testa fasciata, pur avendo la testa perfettamente integra.  Ho la testa intera ma vivo come se ce l’avessi rotta. Ho bisogno di rendermi conto che, quando faccio questo, sto dicendo al mio cervello “Anche se non hai la testa rotta, ce l’hai rotta!”. E il mio cervello risponderà e reagirà di conseguenza, con dolore e disperazione.

Anche se la testa non è rotta! E potrebbe persino non rompersi!

Perché c’è anche l’incredibile l’eventualità  che io, pur prendendo un colpo, regga l’urto!

Questa mentalità dice “Non hai alcuna possibilità di reggere i colpi della vita, rassegnati”. 

Non hai alcuna possibilità di reggere i colpi della vita, rassegnati

E’ un invito a non lottare, a cedere le armi in partenza, ad autosvalutarsi, a negare ogni possibilità di autostima. Inoltre, c’è anche l’eventualità che il colpo non arrivi.

Rifletto su quello che mi è accaduto…

Nel caso della richiesta di risarcimento: ho ragionato su quello che potevo fare (in che modo mi potevo occupare dell’adesso) e mi sono detta che avevo bisogno di una consulenza legale. Il legale mi ha dato delle informazioni che mi hanno rassicurata e mi hanno indicato una direzione da prendere. Ho parlato chiaramente con la mia controparte e le ho detto qual’era la mia posizione.

Nel caso dell’intervento: da quando ero stata operata la prima volta avevo seguito delle terapie ed avevo effettuato vari controlli. Mi ero tenuta monitorata. Avevo anche lavorato su di me e preso consapevolezza di alcuni fattori di stress che mi condizionavano nel quotidiano e che potevano avere un impatto sullo sviluppo dei miei sintomi fisici. Avevo cercato di cambiare le mie credenze e i miei comportamenti, in modo da sentirmi più coerente e più rispettosa di me stessa.

Mi ero occupata dell’adesso. Avevo fatto qualcosa concretamente. Magari non molto, magari si poteva fare di più e di meglio, ma comunque qualcosa avevo fatto.

E io sono sicura che quello che ho fatto, che il mio occuparmi, ha avuto un effetto su come sono evolute le situazioni.

Io non  credo che le cose siano andate a finire così bene per caso.

Io credo che la Vita mi ha premiata.

Dopo questi scampati pericoli mi sono detta “Cristina, devi essere più grata verso la Vita!”. Devi essere grata, riconoscente, perché la Vita ti sta dando tanto. Anche se ti dà problemi, ti dà anche strumenti per affrontare i problemi. Credici e abbi fiducia, perché la Vita è molto magnanima con te. Non essere ingrata. Non lamentarti. Non pretendere. Non volere ancora di più. Apprezza e valorizza quello che c’è, che è tantissimo.

E’ stato detto “Ti sia fatto secondo come hai creduto”.

Per me questa frase è un monito a portare attenzione a ciò in cui credo veramente.

Ciò in cui credo, come lo intendo qui io, non è “non voglio questioni legali, non voglio dare via i miei soldi, non mi voglio operare di nuovo..”. 

Ciò in cui credo è “Mi devo fasciare la testa perché sto per rompermela!”.

Se credo che per me ci può solo essere il peggio, se penso tutto il tempo ai colpi che potrebbero arrivare, quello che sto dicendo alla Vita è “Mandami altri colpi, che mi sono fasciata la testa apposta!”.

Ma posso decidere di credere in altro e avere pensieri diversi. Posso decidere di credere che “La Vita mi darà ciò di cui ho bisogno nel momento in cui ne ho bisogno”, “Le responsabilità che mi spettano, mi spettano e quelle che non mi spettano, non mi spettano”, “Faccio tutto quello che posso in questo momento e poi, sia quel che sia”. 

So che mi potrei far male, ma intanto sto bene. 

Mi prendo cura della mia testa, porto attenzione, ma la uso. 
Non me la fascio, perché ho fiducia e perché sta andando tutto bene. 

E, nel caso qualcosa cominciasse ad andare storto, ho le bende in tasca.