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Per due motivi. Primo: più che attirarle, le creiamo. Ciò in cui credo, lo creo. Se credo di non valere come persona, mi relazionerò con persone che mi mancano di rispetto. In questo senso gli altri mi rispecchiano la mancanza di stima che io ho nei miei confronti.
Secondo: perché ho bisogno di cambiare. Se sono io che non ho stima di me, sono io che ho bisogno di iniziare ad avere più stima di me e così decidere di smettere di stare in relazioni dove non c’è rispetto.
Perchè è una paura irrazionale! Non razionale non significa “insensato, senza senso, senza motivo”. Significa che reca un motivo che “non è razionale”. Ma il motivo c’è. Il senso c’è, sempre. Va ricercato in una situazione del passato che non è stata affrontata come avrebbe avuto bisogno di venire affrontata.
Uno psicologo è un professionista che si è laureato in Psicologia, ha superato l’Esame di Stato e ottenuto l’Abilitazione all’esercizio della professione di psicologo.
Uno psichiatra è un professionista che si è laureato in Medicina e Chirurgia, ha superato l’Esame di Stato e ottenuto l’Abilitazione all’esercizio della professione medica, ha frequentato e superato un corso di specializzazione in Psichiatria.
Entrambe le figure professionali, dello psicologo e del medico (non necessariamente psichiatra), possono frequentare una scuola di specializzazione in psicoterapia della durata di almeno quattro anni e conseguire il titolo di Psicoterapeuta.
L’ansia è l’effetto, lo stress è la causa.
Quando proviamo ansia, siamo alle prese con il sintomo. Ogni sintomo ha una causa ed è sulla causa che abbiamo bisogno di intervenire per alleviare il sintomo.
Gli stress possono essere innumerevoli e molto soggettivi, variano per ognuno di noi. Ma, se sentiamo ansia, certamente al di sotto ci deve essere un evento/situazione stressante.
Per sciogliere questo dubbio abbiamo bisogno di porci un’altra domanda: “A che scopo voglio ricominciare?”.
Voglio ricominciare per andare a fondo della questione e mettere in atto il cambiamento che ho bisogno di mettere in atto o voglio ricominciare per calmare l’ansia che mi sta provocando il fatto di non stare mettendo in atto il cambiamento che ho bisogno di mettere in atto?
Perchè sto facendo le cose che PENSO che DOVREBBERO rendermi felice. Non sto facendo le cose che SENTO che mi rendono felice.
Ciò che “penso che dovrebbe” rendermi felice si fonda su un’idea, su un principio, su una credenza che non è necessariamente sbagliata in sé, ma, appunto, è qualcosa che pensiamo.
“Essere felici”, “stare bene”, “sentirsi contenti” hanno molto più a che fare con il sentire che con il pensare.
Non siamo abituati a sentirci liberi. E’ paradossale, ma a volte siamo più a nostro agio (per modo di dire) nel disagio, che nell’agio. Quando ci permettiamo di avanzare, le nostre difese (che sono lì per proteggerci dall’eventualità di sentirci feriti di nuovo) si ergono e si mettono in allerta.
Rassicuriamole (e rassicuriamoci) che la nostra parte Adulta è in grado di ampliare la nostra zona di comfort.
Dipende. Da cosa? Da cosa diciamo, a chi lo diciamo, a che scopo lo diciamo, con quale intenzione lo diciamo, quando lo diciamo, dove lo diciamo…
Qualche volta sfogarci e vuotare il sacco ci fa bene. Ma se dopo un po’ ci sentiamo di nuovo carichi allora non è di uno sfogo che abbiamo bisogno.
Parlare deve avere lo scopo di aiutarci a comprendere quali passi mettere in atto per stare meglio.
Parlare, per saper agire.
Sospendendo e mettendo in discussione il giudizio che, noi per primi, abbiamo di noi stessi.
Aprirsi non è difficile. Sostenere le conseguenze dell’apertura può esserlo.
Quando il giudizio degli altri ci ferisce, infatti, è perchè risuona con una parte di noi che la pensa allo stesso modo. Per aprirci agli altri abbiamo bisogno di sviluppare fiducia e stima in noi stessi.
Questo ci aiuterà a sostenere la reazione emotiva degli altri, i loro giudizi, le loro interpretazioni, perchè a quel punto sapremo che è solo la loro reazione, non è più la nostra.
Non importa ciò che pensano gli altri di noi.
Importa ciò che noi pensiamo di noi stessi.
Lavorando sugli eventi del presente.
Quando un trauma del passato ancora “pesa” significa che ci sta condizionando nel presente. Ovvero: non stiamo vivendo il presente per quello che è, in libertà, ma in base a ciò che abbiamo imparato dal passato. Questo è vero sempre: noi sempre vediamo il presente attraverso gli occhi del passato, ma con le esperienze traumatiche è ancora più vero e più limitante.
Abbiamo bisogno di imparare a identificare quali sono le idee, gli atteggiamenti, i valori, le credenze che abbiamo appreso e fatto nostri nel corso della vita e che ora, nel momento presente, ci continuano a condizionare e a influenzare nel modo di affrontare la vita nel presente.
Se la mente continua a pensare, certamente non è possibile dormire.
Se questo accade ripetutamente abbiamo bisogno di chiederci: “Se la mente continua a pensare, a che scopo lo fa? E a cosa pensa?”.
La mente non lavora ininterrottamente per tormentarci, ma perchè cerca soluzione a qualcosa e non la trova. Una cosa che il cervello non sopporta, infatti, sono le cose in sospeso, le cose incompiute.
Per poter riposare abbiamo bisogno di portare a termine ciò che attende compimento, ciò che pensiamo che avremmo bisogno di fare, ma che non facciamo.
Probabilmente perché è il trattamento che abbiamo ricevuto da bambini quando non riuscivamo in qualcosa.
Se, nell’infanzia, davanti ai nostri errori, alle nostre difficoltà o alle nostre paure siamo stati fatti sentire inadeguati o in colpa, è molto probabile che, una volta adulti, di fronte ai nostri limiti ci riserviamo lo stesso trattamento.
E’ molto importante che ci rendiamo conto che colpevolizzarci non ci serve per crescere. Quello che ci può aiutare è la comprensione. Non la giustificazione o il permissivismo, ma provare a comprendere sul serio quello che ci succede.
Con questa domanda con l’espressione “solo stress” di solito intendiamo qualcosa di psicologico, di mentale e con “qualcosa di più serio” intendiamo qualcosa di fisico, come un problema di salute.
Dal mio punto di vista mente e corpo sono pienamente e continuamente interconnessi, per cui quello che accade a livello fisico influenza la mente e quello che accade nella mente condiziona il fisico.
Contrariamente a quanto potremmo pensare, la mente è molto potente, nel senso che i nostri pensieri influenzano, determinano e creano la nostra realtà fisica.
Dunque entrambe vanno prese sul serio.
Assolutamente sì. Il cambiamento è sempre un passo verso l’ignoto, verso lo sconosciuto, verso il nuovo. Per quanto lo possiamo anelare, rimane un passaggio da una condizione conosciuta a una sconosciuta.
Richiede coraggio, fiducia e molta motivazione. Una cosa che ci può aiutare nell’affrontarlo è osservare la situazione in cui ci troviamo e domandarci “Come sto in questa situazione? Come stanno andando le cose per me?”. Se ci rispondiamo che non ci stiamo bene, allora potrebbe valere la pena osare e provare a cambiare qualcosa.
La terapia deve aiutarmi ad affrontare le decisioni e i cambiamenti che la vita mi mette davanti. E’ il suo compito. Non nel senso di dirmi “che cosa devo fare, se A o B” o “che cosa devo scegliere, tra A e B”.
Ma nel senso di fornirmi strumenti che mi aiutino a rendermi conto di ciò che voglio veramente per me, strumenti che aumentino il mio grado di consapevolezza e favoriscano il mio processo di maturazione. Maggiore padronanza di sé, maggiore comprensione di sé, maggiore equilibrio ci daranno la forza e la capacità di decidere e di cambiare.
Sappiamo che nella vita succede di sentirsi così, a volte. In qualche modo è normale. Non si tratta di trovare soluzioni ad ogni costo. Si tratta di percorrere la strada. A volte il percorso è particolarmente duro. In questi casi il solo fatto di percorrerlo è già qualcosa.
Fermiamoci ogni tanto e domandiamoci“Cosa mi è successo perché io mi senta così?”, “Che significato sto dando a quello che mi succede?”.
A volte possiamo avere bisogno di un aiuto esterno per riuscire a dare a una certa cosa “un significato diverso”. Non dimentichiamoci mai che noi non siamo ciò che ci succede e che la nostra persona, il nostro essere, ha sempre un senso, anche se in quel momento non lo vediamo.
Quando ci poniamo questa domanda non ci rendiamo conto che il passato (proprio perché è passato), noi lo abbiamo già affrontato. Stiamo ragionando e pensando come se fossimo ancora là. Ma quelle esperienze le abbiamo già vissute, già superate, sono già passate. Certo, a volte le abbiamo superate solo cronologicamente, non emotivamente. Questo è, in realtà, quello che ci spaventa. Risentire quello che abbiamo passato.
Sentire è fondamentale per lasciare definitivamente il passato al passato. Sentire da adulti quello che abbiamo sentito da bambini, ad esempio, ci dà la possibilità di renderci conto che, ora che siamo adulti, possiamo affrontare determinate situazioni che da bambini ci hanno fatto sentire sopraffatti.
E’ la presenza di un Adulto interno forte ciò che può rassicurare il Bambino interiore che ha ancora paura.
E’ una domanda interessante… Diciamo che “parlare fa bene” e spesso parliamo con l’obiettivo di sfogarci, di vuotare il sacco. Salvo poi accorgerci, quando lo abbiamo fatto, che dopo poco, il sacco “é di nuovo pieno”.
Se in linea di massima parlare è utile, dobbiamo però tenere presente di cosa si parla, a chi se ne parla, in che modo se ne parla, con che scopo, in che momento… a mio avviso, parlare dell’ansia è utile in un primo momento, ma poi, essendo l’ansia solo un sintomo, è necessario concentrarci sulla causa che provoca il sintomo.
Continuare a descrivere il sintomo ci aiuta a identificare cosa ci succede, ma da solo non basta. Deve necessariamente essere seguito dalla ricerca della causa che scatena ciò che ci succede.
E’ un interrogativo che si pongono molte persone. “Perchè non riesco più a fare una cosa che prima riuscivo a fare? Perchè non mi piace più una cosa che prima mi piaceva?”. In una domanda “Perchè non sono più lo stesso di una volta?”.
E’ un grande interrogativo.
Inevitabilmente la vita ci cambia. A 40 anni non siamo più gli stessi che a 20, a 50 non siamo più gli stessi che a 40. Questo succede.
C’è però anche un aspetto che ha a che vedere con l’allontanarsi da sé stessi, dal proprio vero Sè, dalla propria natura. Le prove della vita a volte ci buttano a terra. Poi ci rialziamo, ma con un po’ meno energia di prima, un po’ meno entusiasmo di prima.
A mio avviso non si tratta di affrontare le situazioni che “a 20 anni affrontavo senza problemi” come le affrontavo a 20 anni. Si tratta di trovare un modo, adatto al momento e all’età che ho, che mi dia comunque soddisfazione.
Ci sono il prima, il dopo e l’adesso e ognuno di questi momenti ha bisogno di essere vissuto a modo suo, senza fare paragoni.