E’ sera, poco dopo le 20 e Riccardo sta facendo la spesa al supermercato. Ha staccato poco fa dal turno in ospedale e prima di rientrare a casa si è fermato per comprare qualcosa da mangiare per cena.

E’ separato da un anno e ora vive solo. Suo figlio, di 14 anni, alterna una settimana con lui e una con la madre. Questa è la settimana in cui sta con la madre.

Riccardo è abbastanza stanco e anche un po’ provato. Lavora come infermiere in un Pronto Soccorso e oggi è stata una giornata impegnativa.

Di solito non gli dispiace cucinare ma stasera prende qualcosa di pronto al banco della gastronomia, del pane, un paio di bottiglie di vino e si avvia alla cassa a pagare.

Quando arriva alla cassa, vede che il cassiere sta sistemando qualcosa su uno scaffale. 

Aspetta in silenzio.

Nel mentre entra nel negozio un ragazzo, sui 18-20 anni, dall’abbigliamento sembra probabilmente un rider. Il ragazzo va verso lo scaffale delle bibite, prende qualche birra e poi va alla cassa e si posiziona davanti a Riccardo.

Il cassiere arriva poco dopo e si accinge a battere la spesa. Riccardo si aspetta che il ragazzo lo faccia passare. Invece questi allunga le birre al cassiere, paga ed esce.

E’ impossibile che non abbia visto Riccardo. Lo ha fatto intenzionalmente.

Riccardo ha trascorso quei due minuti guardando il ragazzo e chiedendosi internamente “Protesto o non protesto?”.

Protesto o non protesto?

Quando esce dal supermercato inizia a darsi addosso “Ma perché non ho detto niente?! Non è giusto! Perché mi lascio mettere i piedi in testa in questo modo?”.

Questo, infatti, non è un episodio isolato. 

Fatti del genere accadono al lavoro, quando i colleghi o i medici lo rimproverano o se la prendono con lui per qualcosa. Riccardo non riesce a difendersi, a portare le sue ragioni.

Ma, soprattutto, episodi del genere accadevano nel suo matrimonio, dove si sentiva continuamente prevaricato da sua moglie e, quel che gli faceva più male, si sentiva svilito da lei davanti al figlio.

Uscendo dal supermercato gli viene in mente proprio suo figlio che, al contrario suo, avrebbe protestato e alzato la voce. Non si sarebbe fatto il minimo problema.

Pensa “Sua madre ha ragione… non so farmi valere…”.

Se chiedessimo a Riccardo “Qual’è il problema, per te, in questa situazione?” è possibile che ci risponderebbe “Che sono stato zitto! Non ho protestato! Non mi sono fatto valere! Sono stato lì a guardare questo ragazzo, pensando che avrei dovuto dire qualcosa e invece non ho detto né fatto niente…”.

Questo è un buon punto di partenza.

Riccardo è consapevole che è lui ad avere un problema. Pur essendo infastidito dal comportamento del ragazzo, che gli è effettivamente passato davanti pur avendolo visto, si rende conto che se lui avesse reagito e parlato, ora non si sentirebbe così frustrato.

Questa è davvero una consapevolezza importante. E’ la sua reazione a ciò che ci accade che fa la differenza.

Riccardo prende su di sé la responsabilità di come si sente.

A partire da qui, ci concentriamo su due questioni.

La prima è che Riccardo vive il suo paralizzarsi, il suo rimanere zitto e bloccato come una colpa.

Questo, evidentemente, è un errore. E’ un errore nel senso che “bloccarsi” non può essere considerato una colpa. Lo possiamo considerare una difficoltà, un’incapacità, un sintomo di paura, ma non come una colpa.

Riccardo non si blocca volontariamente, al contrario, lui sente dentro di sé una voce che gli dice “Parla! Fai qualcosa!”, ma la bocca resta chiusa e la voce non esce. E’ qualcosa che agisce al di là della sua volontà e in maniera irrazionale.

Qui c’è l’errore: Riccardo considera la sua difficoltà una colpa.

Alla colpa si risponde con una punizione, con un castigo. Ed ecco che Riccardo si dà addosso, se la prende con sé stesso, si giudica.

La seconda questione, che si evince dalla prima, è che anche Riccardo si comporta come il ragazzo che “lo prevarica” e gli prende il posto. Anche lui è “un prevaricatore”.

Se applichiamo l’inversione di pensiero, la frase “Il ragazzo prevarica Riccardo” diventa “Riccardo si prevarica attraverso il ragazzo”.

Questo lo vediamo nel suo modo di trattarsi quando inizia a darsi addosso, a darsi la colpa per non aver reagito come lui pensa che avrebbe dovuto reagire, a giudicarsi un incapace.

Emerge una parte di lui che, anziché comprendere, colpevolizza e accusa la parte che si è bloccata ed è stata incapace di reagire.

In lui c’è un prevaricatore.

Generalmente Riccardo è una persona mite; evita le discussioni e gli scontri, spesso fa buon viso a cattivo gioco. Evita i conflitti, si adatta, cerca di compiacere gli altri.

Ma dentro di sé sente molta rabbia. La rabbia è diretta principalmente verso sé stesso. Si giudica per essere così accomodante. Pensa che dovrebbe essere più forte, più coraggioso, che dovrebbe farsi valere, essere più deciso… 

In  breve, pensa che dovrebbe essere come suo padre.

Il padre di Riccardo è un uomo che “si è fatto da solo”. Il nonno paterno aveva avuto problemi di alcolismo ed era mancato quando i figli erano ancora piccoli. Lasciò la famiglia in una situazione molto difficile. Il papà di Riccardo era il primogenito di tre figli e l’unico maschio e, da subito, aveva preso il posto del padre. Aveva iniziato a lavorare da ragazzino, molto duramente, e con grandi sacrifici ed enorme forza di volontà, era arrivato a creare una sua azienda che ora portavano avanti i due fratelli di Riccardo. 

E’ sempre stato un uomo molto severo e autoritario, che concepisce le difficoltà, le paure come una mancanza di forza, di determinazione, di coraggio, ma soprattutto come una mancanza di volontà e  come una colpa.

Riccardo è il suo primogenito e il figlio in cui lui vedeva il suo successore per portare avanti l’azienda. Ma Riccardo non si sentiva portato per questo e aveva scelto di studiare per diventare infermiere. Una scelta che il padre non aveva mai capito, né approvato. 

Riccardo, però, aveva perseverato. In quell’occasione sì che aveva protestato!

Era andato avanti per la sua strada, lavorando duramente e arrivando dove voleva arrivare. Dunque dimostrando determinazione, forza di volontà e anche capacità.

Ciò nonostante, suo padre non glielo aveva mai riconosciuto. 

Riccardo sente che in lui c’è un ragazzino che ancora anela l’approvazione e l’amore del padre e che pensa “Se sarò come lui vuole che sia, l’otterrò!”. 

Ciò di cui non si rende conto è che è un controsenso cercare l’approvazione e l’amore attraverso lo sforzo, la lotta, la forza di volontà…

L’amore è pace, è accettazione, è libertà.

Qui ci sono lotta, rabbia, colpa…

Quello che manca è la comprensione.

Riccardo “non si comprende” in quello che gli succede, né cerca di comprendersi. Non osserva la sua parte bloccata, non le chiede “Che ti succede?”. La giudica, la spinge, la maltratta.

Nemmeno suo padre si comprende. Non si chiede “Perchè tutto questo affanno a fare, a costruire, a lavorare?”.

Così il nonno, che beveva, poiché non si comprendeva.

Il padre di Riccardo ripara la rovina causata da suo padre. Ma questo lo rende più felice? No.

Eppure non si ferma davanti a questo. Non si interroga sul perché accada questo. Continua, imperterrito. Non si pone una domanda, non ha dubbi, non si mette in discussione.

Non si tratta di essere come il padre per essere come il padre. O di non esserlo per non esserlo.

Riccardo ha bisogno di iniziare a chiedersi “A che scopo voglio protestare? Dove voglio arrivare? Qual’è il mio obiettivo?”.

Non si tratta di protestare per protestare. Non si tratta di farsi valere tanto per farsi valere. Non si tratta di fare tanto per fare.

Si tratta di trovare un senso in quello che si fa. Si tratta di comprendere chi si è. Si tratta di sapere che cosa si vuole e chi si vuole essere.

Protestare deriva dal latino:
“testimoniare, dichiarare pubblicamente, attestare”.

Dichiariamo chi siamo, testimoniamo chi siamo. Per noi stessi.

Non per altri. Non contro altri. Non per riparazione, non per ottenere risarcimenti.

Semplicemente perché è la nostra vita e la nostra persona.