Durante il confronto con suo padre, qualcosa scatta in Camilla.
Si ricorda di sé. Per la prima volta dopo tanto, tanto tempo, si chiede “E io, di cosa ho bisogno?”.
Quando i suoi genitori si sono separati Camilla aveva tredici anni. Era abbastanza grande da rendersi conto che le cose tra di loro non andavano bene da parecchio tempo.
Sua madre è sempre stata una donna molto attiva, intraprendente, indipendente, con molte amicizie e relazioni sociali. Suo padre, all’opposto, è un uomo chiuso, riservato, quasi senza amici, molto dedito alla famiglia. Sua madre pativa l’atteggiamento introverso del marito, si sentiva in obbligo di dover scegliere tra la famiglia e gli amici, tra la famiglia e il lavoro. Il marito la rimproverava di non stare abbastanza in casa, di non accudire abbastanza i figli, di non dedicarsi abbastanza alla famiglia e, soprattutto, di non dedicarsi abbastanza a lui.
Arrivò il momento in cui la madre di Camilla conobbe un altro uomo, decise di andare a convivere con lui e di separarsi dal marito.
Il padre di Camilla s’impuntò. Disse che era ingiusto, che era stato abbandonato, che sua moglie non si meritava niente e che i figli sarebbero rimasti con lui. Pretese l’affidamento esclusivo e lo ottenne. La moglie lo patì, ma non lottò più di tanto, anche perché i bambini erano molto arrabbiati con lei. Le dicevano che era una “mamma cattiva” e che aveva abbandonato loro e il papà.
In cuor suo Camilla sa che sua madre non è una “mamma cattiva”. In cuor suo, la capisce.
Anche lei, come sua madre, si sente uno spirito indipendente, ama il mondo, ama avere amicizie e sente quanto il padre possa essere soffocante.
Non è solo per quello che sta succedendo con Federico… quando esce con le amiche, quando va a fare una vacanza o quando dice che per lavoro vorrebbe viaggiare, vede l’atteggiamento del padre cambiare nei suoi confronti. Smette di sorridere, smette di essere contento, sospira, rimarca il fatto che lui rimane da solo… Non le dice chiaramente di non andare, ma assume un tono sofferente e Camilla si sente in colpa.
Al tempo stesso non può schierarsi apertamente con la madre. E’ arrabbiata con lei, sente che l’ha mollata, l’ha lasciata lì a occuparsi del padre e del fratello. Camilla vede la sofferenza del padre e, anche se sa che non è giusto che sia lei ad occuparsene, si sente responsabile e in dovere di stare con lui. E poi c’è suo fratello, che è più piccolo di lei e che ha bisogno di accudimento.
Così, se ne sta lì, con questo conflitto dentro di lei, a fare da madre a tutti.
A suo padre, in primis. A suo fratello. Ma anche a sua madre, che in questo modo evita di affrontare le sue responsabilità di madre nei confronti del figlio.
Ma quel giorno qualcosa scatta dentro di lei.
Improvvisamente, vede tutto questo più chiaramente.
Vede come tutti attorno a lei pensano al proprio bisogno, vede come lo deleghino e lo carichino su di lei e come nessuno pensi veramente a lei, a come sta, a come sta vivendo tutto questo. E di come lei abbia accettato di prendere su di sé questo carico!
La manipolazione di suo padre le diventa evidente. “Ho più bisogno io di te di quanto ne abbia lui”. Sente dolore per questo e tristezza. Un padre dovrebbe essere colui che ci guida, che ci protegge, che ci conduce, che ci ispira… qui è lei a fare da mamma al suo papà.
Al rendersi conto di questo, però, sente anche per la prima volta un senso di “possibilità”, ha la sensazione che ci sia una luce, una speranza per lei, che potrebbe essere diverso…
Però, come fare?
Come si fa a pensare a sé stessi senza diventare egoisti come sua madre – che se n’è andata con un altro uomo e ha smesso di occuparsi dei figli- e nemmeno come il padre, che si comporta come un bambino delegando la responsabilità della propria vita alla moglie e alla figlia?
Un giorno, mentre é in pausa fra una lezione e la successiva, va in una caffetteria con due compagne di corso. Si mettono a chiacchierare dei professori, delle lezioni, degli esami, finché una di loro dice “L’anno scorso sono andata in psicoterapia per un po’. Mi stressavo molto a studiare, mi sentivo sempre che non facevo abbastanza… i miei genitori sono molto esigenti in fatto di voti, fanno sempre il paragone con mia sorella che riesce sempre in tutto… Così mi sono detta che avevo bisogno di parlare con qualcuno di esterno e ora sono contenta… ci sono andata per qualche mese e mi ha aiutata a ragionare, a smettere di sentirmi in colpa per cose di cui non ho colpa…”.
Camilla ascolta. L’altra amica annuisce. Chiacchierano ancora un po’ e poi rientrano a lezione.
Qualche giorno dopo Camilla cerca la sua compagna in aula. La vede, le va incontro, si salutano, si siedono vicine e, dopo un attimo di silenzio, Camilla le dice “Sai… pensavo a quello che avevi detto l’altro giorno, che sei andata in terapia… pensavo… anch’io ne avrei bisogno… mi potresti dare il numero?”. L’amica la guarda, con dolcezza e con complicità. Si intendono. “Certo, Cami, te lo mando via whatsapp”.
L’indomani mattina Camilla è in camera sua. Suo padre e suo fratello sono già usciti per andare al lavoro e a scuola. Lei ha ancora un po’ di tempo prima di andare all’università.
Apre whatsapp e trova il contatto della psicologa che la sua amica le ha passato.
Chiama. Il numero squilla. Una voce risponde dall’altra parte “Pronto?”. Camilla si fa forza “Buongiorno, mi chiamo Camilla… io… vorrei prendere un appuntamento…”.





