Su una stradina di campagna un’auto deve invertire il senso di marcia. Al volante c’è una donna. La strada è molto stretta e c’è poco spazio per girarsi. La donna fa manovra: un pochino avanti, poi sterza, poi un pochino in retro, poi sterza… e così via. Qualche metro più avanti, sulla strada, in piedi, c’è il marito.
La donna gli grida più volte “Aiutami!”. Ma l’uomo non si muove da dov’è. Sorride e le dice “Dai! Dai che ce la fai!”.
La donna è molto arrabbiata e insiste “Aiutami!”.
Passa di là un uomo a piedi, vede la scena e, rivolgendosi alla signora, le dice “Signora, serve aiuto?”. “Sì!” risponde lei quasi gridando “Perchè quello là è un …. (dice una parolaccia)”. Il passante le dà qualche indicazione, la donna riesce infine a girare l’auto e a mettersi sulla corsia opposta. A quel punto grida ancora verso il marito “Sei uno…!!” e poi, rivolta al passante che l’ha aiutata “Grazie, eh!”.
Osservando questa scena la prima cosa che penso è “Caspita! La priorità della donna è sgridare il marito e solo in un secondo momento ringrazia chi l’ha aiutata…”.
La seconda è “Non era poi così difficile girarsi… era laborioso, ma non difficile… perché insisteva così tanto che voleva essere aiutata?”.
La terza “Non voleva semplicemente essere aiutata… voleva essere aiutata dal marito”.
Quest’ultimo punto è il più interessante, per me.
Se avesse voluto semplicemente aiuto, quello offerto dal passante sarebbe stato sufficiente. Lo avrebbe riconosciuto, apprezzato e gradito. Non ci sarebbero stati strascichi di alcun tipo. Voleva aiuto per girare la macchina, l’ha avuto, problema risolto.
Ma, poiché invece strascichi ce ne sono stati (pur essendo il problema risolto!), allora la questione non era “mi serve aiuto per fare manovra” ma “tu, marito, mi devi aiutare a fare manovra”.
Proprio tu, non un altro. Quello che voglio, lo voglio da te, non da un altro.
La questione non è COSA, ma CHI.
Penso: quando era il momento, qualcuno non ha fatto quello che doveva fare.
E mi domando: che storia c’è, dietro questa storia?
Azzardo delle ipotesi.
Se andassimo a indagare nell’infanzia di questa donna potremmo scoprire che uno dei genitori “non ha fatto il genitore”. Qualcun altro ha poi supplito a questa mancanza (un nonno, forse…). Quindi lei non è rimasta “scoperta”: è stata cresciuta e accudita, non è stata lasciata a sé stessa… MA. Non da chi la doveva accudire.
Un’altra possibilità è che questa donna sia stata cresciuta da un genitore che le ha inculcato un forte senso del dovere, per cui “bisogna fare ciò che è giusto, la propria parte, assumersi le proprie responsabilità”. Per arrivare a sviluppare un senso del dovere così marcato, in famiglia ci deve essere stato un irresponsabile (magari un nonno). Per compensazione e per riparazione, quando nel clan c’è una persona irresponsabile, qualcuno si colloca alla polarità opposta e complementare e si pone in maniera iper responsabile. La donna continua a “richiamare all’ordine” il marito: “Fai il tuo dovere! Aiutami!”.
Un’altra possibilità ancora è che questa donna sia cresciuta con un genitore super esigente. Un genitore super esigente è impossibile da soddisfare e da accontentare, ci sarà sempre qualcosa che non è del tutto a posto. In questo caso la bambina (donna) crescerà insicura, cercando continuamente di soddisfare il genitore, senza riuscirci, rimanendo letteralmente “appesa” al giudizio di quest’ultimo. Qui vediamo che la donna, seppur in grado di guidare e di girare l’auto, chiede aiuto con foga e vuole a tutti i costi l’attenzione del marito. Non si sente all’altezza del compito.
Sono tutte ipotesi… chissà qual’è davvero la storia…
La polarità responsabile-irresponsabile
Però noto dei punti in comune fra queste tre ipotesi: la polarità responsabile-irresponsabile; un forte bisogno di fare bene il proprio compito; qualcuno fa qualcosa al posto di un altro.
Nella situazione attuale, la donna ci tiene a “fare bene manovra”; si prende la responsabilità di questo, mentre il marito se ne lava le mani; il passante fa quello che non fa il marito con la moglie (né la donna verso sé stessa, come vedremo alla fine); così come la moglie fa quello che il marito non fa.
E’ curioso notare come la donna sia “in carica”: ha lei in mano – letteralmente! – la situazione (nonché il volante), eppure dipende dal marito!
Vuole il suo aiuto, anche se non le serve. Vuole la sua attenzione, anche se non ne ha bisogno. Vuole la sua presenza, anche se non è necessaria.
Attenzione: non sto dicendo che un aiuto da parte del marito non sarebbe stato comodo! Sicuramente le avrebbe reso la manovra più semplice e più veloce.
Io mi riferisco alla foga e alla rabbia di lei, che sono eccessive.
Il modo in cui dice al marito di aiutarla, più che una richiesta di aiuto, suona come un ordine. Quando il passante si ferma e le offre aiuto, la prima cosa che lei gli dice è “Sì, perché quello là è un….!!”. Quando ha terminato la manovra, la prima cosa che fa è rivolgersi al marito “Sei un…!!”.
I termini che usa sono pesanti e offensivi. E non ce ne sarebbe bisogno… Basterebbe molto meno…
Che cosa c’è sotto tanta rabbia?
Se sotto ogni storia c’è un’altra storia, sotto la rabbia, quale emozione c’è?
Perchè la rabbia è un’emozione secondaria, un’emozione che si sviluppa per evitare di sentire un’altra emozione, primaria, ben più difficile da sostenere. Come ad esempio la paura. O la tristezza.
E’ così arrabbiata mentre il marito se ne sta lì fermo e ride sotto i baffi. Ad un certo punto sembra quasi che potrebbe mettersi a piangere. In quel momento è una bambina.
Deve stare rivivendo qualcosa che da bambina ha sperimentato molte volte.
“Devo fare quello che il mio genitore si aspetta da me, ma non so come fare… non ce la faccio… non voglio…”. Oppure “Lo devo fare da sola, io sola. Ma non so come fare… è troppo difficile…”.
Accanto alla paura, è verosimile che abbia provato tristezza e solitudine.
Non essendo arrivato nessun aiuto, ha dovuto imparare a fare da sé. Ma le è rimasta l’insicurezza.
Quello di cui non si rende conto è che l’insicurezza, il senso di incapacità e di inadeguatezza che lei prova non è suo. E’ del genitore.
E’ l’emozione che il genitore ha represso e che ha proiettato sulla figlia.
Anche il genitore, da bambino, si deve essere sentito solo, con paura e sopraffatto. Ma anziché sviluppare insicurezza ha sviluppato un grande senso del controllo, un eccessivo senso della responsabilità, l’illusione di essere infallibile… Probabilmente ciò di cui uno dei suoi genitori aveva bisogno.
Questa donna grida e si arrabbia, mentre in realtà ha paura. La bambina dentro di lei ha paura.
Ha paura di non riuscire a girarsi, forse di strisciare l’auto, forse di metterci troppo, che il marito si arrabbi…
Però per noi, che la osserviamo dall’esterno, lei sta facendo bene.
Sta sterzando, sta guardando avanti e indietro, è attenta… lei sa fare manovra. Davvero non ha bisogno dell’aiuto di nessuno, neanche del passante.
E’ un vero peccato che lei non si renda conto di questo, perché è proprio questo che, paradossalmente, contribuisce a mantenere la sua idea di “non riuscirci da sola”.
Non si rende conto che, certo, lei sa guidare!
Oltretutto, al volante c’è lei, mica il marito!
Lei fa. Lei è capace di fare e fa. Ma non se ne rende conto e continua a guardare a sé stessa con gli occhi del genitore.
Concludo con un paio di ultime considerazioni.
Visto che ogni cosa racchiude il suo contrario (o il suo complementare), nelle offese che rivolge al marito ci dev’essere il contrario, ovvero una grande considerazione di lui.
Sennò, perché insisterebbe tanto perché lui la aiutasse?!
La considerazione che ha di lui è esattamente la considerazione che lei ha bisogno di iniziare ad avere nei confronti di sé stessa.
“Sono stata proprio brava! Su una strada così, girarsi non era semplice!”.
E il passante che arriva, e a cui lei, di fatto, non dà grande importanza, è la rappresentazione della sua parte Adulta, che crede in lei e sa che ce la può fare. Con pazienza, con calma e con gentilezza.





