“Domani avrò una giornata libera, dal lavoro e da altri impegni e ho tutte le intenzioni di godermela!

Voglio fare delle cose per me: fare un po’ di sport all’aria aperta, magari una corsa, poi voglio incontrare un’amica e andare a bere un caffè in un locale carino che hanno aperto da poco e poi anche fare qualche acquisto.  Non vedo l’ora che sia domani!”

L’indomani arriva, mi alzo, guardo fuori dalla finestra e… piove. Forte.
Vi è mai successo? Se sì, cosa avete fatto a quel punto?

Vi dico le due opzioni che vengono in mente a me.

Prima opzione: “Mannaggia..! Ma proprio oggi doveva piovere..!! Uffa!… Vabbè… niente corsa, niente sport, niente caffè in centro, rimandiamo a un’altra volta… chissà quando… Che rottura!”.

Seconda opzione: “Mannaggia..! Ma proprio oggi doveva piovere… Vabbè, dai! Tiriamo fuori l’impermeabile e l’ombrello… provo a chiedere alla mia amica se possiamo anticipare il caffè alla mattina… Magari al pomeriggio piove un po’ meno e riesco ad andare a correre al parco”.

Osservando le mie reazioni, credo che saremo tutti abbastanza d’accordo nel ritenere che, per come ho reagito nella prima opzione, lì mi sono rassegnata. 

Ma… e la reazione della seconda opzione come la cataloghereste? Vi sembra che mi sono rassegnata anche in quel caso? Oppure vi sembra che ho fatto qualcosa di diverso, che magari abbia a che fare con l’arrendersi? 

Credo che in molti abbiamo un’idea della resa (dell‘arrenderci) diversa da quella che vi propongo qui. Un’idea piuttosto negativa, qualcosa di molto simile al rassegnarsi, al sottomettersi e al subire.

Dal mio punto di vista non è affatto così.

Arrendersi è un atto attivo

Arrendersi è un atto attivo, che ha molto, molto più a che vedere con l’accettazione che con la rassegnazione.

Nella seconda opzione non sono contenta che piove. Mi rompe le uova nel paniere. Però cerco, e trovo, strategie per riuscire comunque a fare quello che voglio fare. Magari non tutto, magari non proprio come l’avevo pensato, ma comunque qualcosa che mi permetta di rimanere in una posizione presente, assertiva e attiva. E di salvare la mia giornata!

Vivo la pioggia, non la subisco.

L’etimologia delle parole ci mostra proprio questo.

Rassegnazione deriva dal latino resignare, der. di signu (m) “sigillo”, con il significato di “dissuggellare, violare il segreto”. L’accento è sul “consegnarsi, rimettersi” (sottinteso alla volontà di Dio).

La rassegnazione è la disposizione d’animo di chi si consegna alla volontà di un altro o ad un evento.

Arrendersi deriva dal latino ad (rafforzativo e indicante la direzione) e rendere, con il senso di restituire, dare indietro. L’accento è sul “rendere qualcosa nelle mani di qualcuno”.

Restituisco qualcosa, ma la volontà rimane la mia.

Nella rassegnazione ci consegniamo, nella resa acconsentiamo.

E’ la nostra decisione interna che fa la differenza.
La differenza fondamentale risiede nel CHI sceglie. Di chi è la volontà.

Nella prima opzione lascio decidere alla pioggia. La pioggia mi condiziona al punto che determina la mia scelta. Nella seconda, la pioggia mi condiziona, ma solo fino a un certo punto.

E’ importante sapersi arrendere. Contrariamente a quanto potremmo pensare, quando ci arrendiamo manteniamo un certo grado di libertà. Riconosciamo che quello che sta accadendo va al di là di noi e che non lo possiamo cambiare o eliminare, ma siamo altresì in grado di riconoscere e di mantenere un certo grado di libertà, che ci rassicura rispetto alla nostra persona e al nostro essere.

Sappiamo che c’è un limite, lo rispettiamo, ma riusciamo anche a vedere uno spazio, seppur piccolo di libertà.

Arrenderci ci permette di vivere quello che ci sta accadendo in maniera meno opprimente, meno totalizzante, meno annientante.

E’ fare quello che si può.

Quando ci rassegniamo, ci consegniamo in toto alla volontà di qualcuno. Cediamo tutto. Non solo quello che ci è stato in qualche modo tolto (anche in senso figurato), ma soprattutto la nostra volontà, la nostra libertà di scegliere.

La rabbia che proviamo quando ci sentiamo rassegnati è anche verso di noi.

E’ vero che piove, però comunque potremmo uscire e fare qualcosa di quello che avevamo programmato. Ma siccome non possiamo fare esattamente come vogliamo fare, allora non facciamo niente!

E’ un ragionamento del tipo “tutto o niente”.

Nella resa “salviamo il salvabile”.

Che cos’è più forte? Ciò che è rigido o ciò che è flessibile?

Guardiamo la natura. A volte si vedono alberi battuti dal vento che si sono piegati nelle forme più strane. Io li trovo bellissimi…

Non si sono opposti al vento, non si sono spezzati, né hanno smesso di crescere. 
Sono cresciuti condizionati dal vento. Sono diventati alberi plasmati dal vento.
Si sono arresi al vento, ma hanno mantenuto la loro natura e la loro essenza di alberi. 
Non necessariamente ciò che è duro e inflessibile è forte e ciò che è tenero e morbido è debole…

Un filo d’erba può spaccare il cemento. E trovare la luce e l’aria che gli servono per vivere.