A volte mi sembra che le persone vengano in terapia a cercare giustizia.

Sentono di aver subito un’ingiustizia (un torto) e sono decise a lottarci contro.

“Se lei sapesse di cosa è capace mio marito! Se vedesse che persona è! Se lei sapesse cosa mi ha detto mia moglie..! Non si può immaginare cosa ha fatto il mio collega..!”. Sono esempi di frasi che mi sento dire spesso.

E io immagino. Veramente non dovrei immaginare nel mio lavoro, però, ahimé, qualche volta immagino. E poi… so. Perchè anch’io, nelle mie relazioni, a volte ho pensieri e sentimenti di questo tipo. Nessuno ne è esente.

Ma il punto non è sapere (né tanto meno immaginare).

Il punto è che lo psicoterapeuta non è un avvocato, né un giudice e la stanza della terapia non è un tribunale.  Io capisco che le persone cerchino giustizia. Che cerchino un riconoscimento, un risarcimento. Il problema è che li cercano dallo psicoterapeuta. E lo psicoterapeuta, appunto, non giudica. 

Non fa giustizia.

Lo psicoterapeuta sa che c’è stata un’ingiustizia. Sa anche che bisogna andare oltre perché, paradossalmente, finché cerchiamo giustizia rimaniamo legati all’ingiustizia.

Non si tratta di fornire giustificazioni. Non si tratta di perdonare. Non si tratta di rassegnarsi.

Si tratta di comprendere. Per potersi slegare.

Per ragionare su questo argomento, partiamo da una parola che, secondo me, è centrale in quello che accade qui.

La parola è “vittima”.

Vittima

Come sempre partiamo dall’etimologia che, anche in questo caso, è illuminante.

L’origine del termine “vittima” è molto discusso, ma le interpretazioni più accreditate la vedono imparentata con il sacrificio e con l’essere legati, probabilmente in riferimento agli animali che venivano immolati in un rito sacrificale. L’animale era vittima, venendo immobilizzato, legato e sacrificato per un rito o per una celebrazione.

Questo è un primo aspetto importante della questione: la vittima è legata, addirittura immobilizzata, mentre subisce.

Un altro aspetto rilevante è che, nei contesti in cui questo termine si è originato, la vittima (dunque l’animale che veniva sacrificato) non c’entrava niente con quello che gli succedeva. Non veniva sacrificato perché aveva fatto qualcosa o perché era proprio quell’individuo. Potremmo dire che veniva preso per caso, o perché faceva parte di una determinata specie. Ma senza un motivo specifico che riguardasse l’individuo in sé.

Dunque, la vittima subisce un destino così atroce… senza un motivo che la riguardi personalmente.

Ora pensate ad una persona, magari un bambino, che viene immobilizzato (anche se solo simbolicamente) e subisce un’ingiustizia per cui non c’entra niente… 

Quanta paura, quanta rabbia, quanta disperazione deve sviluppare al suo interno…

E, man mano che cresce, quanto desiderio di rivalsa… quanto bisogno che quell’ingiustizia venga riconosciuta e riparata…

Qualche volta, però, accade una cosa curiosa.

Davanti a fatti particolarmente forti, io dico “Che cosa dolorosa! Davvero hanno fatto o detto questo?! ” e la persona, a quel punto, ha un attimo di smarrimento, poi si riprende e dice “Ma… non lo hanno fatto apposta… non volevano, in realtà… hanno fatto anche delle cose buone…”.

Quando sento questo, capisco alcune cose. 

Capisco che la vittima è ancora legata. Che chiede a me di slegarla, ma quando io la slego, non funziona. Perchè solo la vittima si può slegare.

Intendiamoci: c’è stata un’epoca in cui il colpevole ha effettivamente “legato” la vittima, con i sensi di colpa, con i ricatti, con la manipolazione.

L’infanzia di ognuno di noi è disseminata di episodi di questo tipo. 

Sappiamo bene che un bambino non se ne può andare di casa. Non può “separarsi” dai genitori. Non può decidere lui di cambiare lavoro (scuola).

Un bambino deve stare dove sta.

Ma quando diventiamo adulti, uomini e donne e non più bambini, quelle corde non hanno più motivo di esistere. Quando diventiamo adulti abbiamo il potere di decidere per noi.

E invece noi continuiamo  a crederci.

Siamo arrabbiati per quello che è accaduto, e che accade ancora. E siamo disperati perché vorremmo che smettesse, ma non sappiamo come fare. Continuiamo a sentirci legati. Non riusciamo a pensare di poterci slegare. E continuiamo a chiedere a qualcun altro di liberarci.

Conoscete la storia dell’elefante incatenato?

E’ una storia scritta da J. Bucay e racconta di un elefante che è legato ad un paletto di legno e non si muove da lì, nonostante abbia la forza di sradicare un albero!

Il fatto è che quell’elefante è stato legato a quel palo quando era cucciolo. Quando venne legato la prima volta provò a liberarsi in tutti i modi, ma all’epoca non aveva ancora la forza necessaria per sradicare il palo. Alla fine si è rassegnato, convincendosi di non potercela fare. Diventato adulto non fa più alcun tentativo per liberarsi, poiché si è convinto di non essere in grado di farlo.

Sull’ingiustizia subita, non ci possiamo più fare niente. E’ accaduta, è passata, non può essere eliminata. E’ stata. Siamo stati legati.

Ma sull’immobilità nel presente, su questa sì che possiamo fare qualcosa. Possiamo e dobbiamo provare a muoverci e slegarci. Se continuiamo a credere di essere legati, continuiamo a sentire di subire ingiustizie.

Quando chiediamo giustizia, stiamo continuando a dipendere da qualcun altro, che siano i nostri genitori o i nostri coniugi o un tribunale…
Non sto dicendo che volere giustizia sia male! No, nel modo più assoluto.
Dico che per me, ed è quello che propongo nel lavoro con le persone, c’è un valore più grande della giustizia, che è la libertà.

Viktor Frankl, un importante psichiatra e filosofo austriaco che fu internato in vari campi di concentramento durante anni, scrisse:

“Che cos’è dunque l’uomo? Domandiamocelo ancora. E’ un essere che decide sempre ciò che è”.

Una persona libera è giusta. Con gli altri e con sé stessa. 
Una persona libera è in pace. Con gli altri e con sé stessa.
Ciò che conta, per me, è la vita che è ora, non quella che è stata.