Capita che le persone vengano in studio e mi dicano:
“Dottoressa… per me non c’è più nulla da fare..!”.
Vi sembrerà strano, ma il più delle volte la mia sensazione è che, piuttosto che un timore, questa sia una loro segreta speranza.
C’è sempre qualcosa che si può fare. Sempre.
Questo non significa che si possa fare quello che si vorrebbe poter fare. Ma qualcosa, qualcosa si può sempre fare.
Di fatto, io lavoro per questo.
“Che cosa si può fare di diverso in questa situazione per farla andare (o per viversela) un pochino meglio, o un pochino meno peggio?”.
Per me, in una seduta, sono importanti l’ascolto, la raccolta della storia di vita del paziente, le sue considerazioni, le sue riflessioni. Ma ad un certo punto deve arrivare il momento in cui ci diciamo “E ora che cosa si può fare di diverso, qui?”.
Qualche volta, però, ho la sensazione che le persone non vogliano fare qualcosa di diverso.
In quei momenti, a volte, ho la sensazione che qualcosa non torni…
Ho la sensazione che, nel loro intimo, sappiano che non solo si potrebbe fare qualcosa di diverso, ma che si dovrebbe fare qualcosa di diverso.
Avete presente quella sensazione, quella vocina interna che a volte ci tormenta dicendoci “Non si può continuare così! Devi fare quello che devi fare!”.
E’ una voce che ci mette di fronte a un compito nuovo, diverso (appunto), più difficile, più grande, più impegnativo. Che, naturalmente, ci spaventa e ci mette di fronte a una prova che, per noi, è tutt’altro che scontata.
Il mio lavoro non consiste certo nel convincere le persone. Tantomeno nel forzarle. Il mio lavoro consiste nel comprendere le resistenze delle persone e nel mostrare loro quello che io vedo di quello che mi portano, da una prospettiva differente.
Così, mi accade che quando un paziente mi dice “Per me non c’è più nulla da fare” e io invece vedo che qualcosa che si può fare c’è e cerco di mostrarglielo, spesso mi imbatto in una resistenza che, sulle prime, non comprendo, poi mi lascia sconcertata, finché infine mi arrendo, mi fermo e prendo atto.
Mi accorgo che, per quella persona, un’altra prospettiva è inaccettabile. Inconcepibile. E mi rendo conto che, a quel punto, mi devo fermare, perché diventerebbe un “martello contro martello”.
La persona non può concepire che ci sia ancora qualcosa che può fare. Dovrebbe inevitabilmente essere qualcosa di diverso da quello che ha fatto fino a quel momento e questo le risulta essere inaccettabile.
Di più: inconcepibile. Cioè, che non può essere concepito. Non può essere, non può nascere.
La persona sente che per lei può essere solo in quel certo modo, come è stato fino a quel momento.
La Realtà
Però, questo si scontra con la realtà.
Per una persona ben educata la maleducazione è inconcepibile. Nondimeno, la maleducazione esiste. Per una persona vegetariana mangiare carne è inconcepibile. Nondimeno, la carne si mangia.
Quello che voglio dire è che se anche io non concepisco una possibilità, quella possibilità comunque esiste.
E io so che esiste.
E’ una possibilità che mi crea un problema, perché magari va contro i miei valori, i miei principi, i miei insegnamenti, il mio credo, o contro un’altra persona.
Nondimeno, una parte di me penserà che ci potrebbe risolvere un certo problema che non sappiamo come risolvere altrimenti!
A quel punto ci troviamo presi in un dilemma: per risolvere un problema ne dovremmo creare un altro, che a noi in quel momento ci sembra peggiore del primo.
Ma è veramente peggiore? Davvero ci creerebbe un problema ulteriore? E a chi lo creerebbe? A quale parte di noi?
Se siamo onesti con noi stessi, dobbiamo riconoscere che, spesso, ad avere problemi sarebbe il nostro orgoglio, o l’immagine che vogliamo che gli altri abbiano di noi.
Non che l’orgoglio o l’immagine siano male, ma rendiamoci conto che sono quello che sono e che, nella vita, ci troviamo a volte in situazioni in cui in ballo c’è ben di più dell’orgoglio…
Se così non fosse, se io non sapessi dentro di me che “c’è una possibilità”, che senso avrebbe andare da uno psicologo a dire “Per me non c’è più nulla da fare”?
Certo, per parlare, per sfogarsi, per condividere.
Però, se è tutto inutile, è tutto inutile…
Vado da un professionista, lo pago, più e più volte, e tanto è inutile.
In questi momenti mi rendo conto che io sono lì per dare voce a quella parte del paziente che è in lui, assolutamente è in lui, ma che le sue altre parti, genitoriali e repressive, non vogliono lasciar parlare.
Sento che sono lì a rappresentare Qualcuno, di solito il Bambino, a volte l’Adulto che sono in lui, che altre parti sminuiscono, zittiscono, giudicano, disprezzano, condannano.
La persona viene a farmi fare quello che il suo Adulto non sa fare.
E’ come portare una persona ferita e malata da qualcuno che la sappia curare, perché noi non sappiamo come fare.
Dunque io sto, e sono portavoce di questa parte. Le dò parola, uno spazio, ascolto, riconoscimento, dignità.
Ma questo alla lunga non basterà.
Un mio insegnante, il prof. Bennett Shapiro, diceva “E’ molto importante che il terapeuta tratti con amore le parti ferite del paziente. Ma finché il paziente non ama il suo Bambino Ferito, nulla può davvero cambiare”.
Se stiamo pensando che “Per noi non c’è più nulla da fare” rendiamoci conto che siamo arrivati al punto in cui una parte di noi, una parte rinnegata, sta esigendo la nostra considerazione e questo non può più essere rimandato.
Ci è davvero così inconcepibile amare quelle parti di noi che i nostri genitori non hanno amato?





