Era da un po’ che volevo scrivere qualcosa sugli attacchi di panico. A volte i pazienti mi riferiscono di averne o di averne avuti in passato e io stessa ne ho fatto esperienza in prima persona.

Dato che c’è molto materiale e molta bibliografia sulle tematiche legate all’ansia, mi sono messa alla ricerca di qualche aspetto della questione un po’ meno “battuto”, dal quale partire per offrire qualche spunto di riflessione.

E, indovinate un po’… l’ho trovato andando a spulciare l’etimologia della parola “panico”!

Voi sapete qual’è l’origine di questa parola? Io non la conoscevo, così sono andata a cercare e ho scoperto questo:

Panico, dal greco panikos, aggettivo di Pan, divinità dei boschi.

Il termine panico prende il nome da un dio, Pan, appunto. 

Pan era metà uomo e metà caprone. Diversamente dalle altre divinità, non viveva nell’Olimpo, ma sulla terra. Qui trascorreva le sue giornate scorrazzando nei boschi cercando di dare sfogo alla sua esuberanza sessuale. 

Spaventava le ninfe e i viandanti che attraversavano i boschi e lo faceva lanciando urla terribili con una voce potentissima. 

Il mito racconta anche che le sue urla erano così terribili che, a volte, si spaventava lui stesso e scappava a zampe levate.

Dunque Pan terrorizzava tutti. Questo credo suoni a tutti comprensibile. Possiamo immaginare l’ansia che devono aver provato le ninfe o i viandanti sentendo o temendo di sentire le sue urla o di subire i suoi attacchi.

Quello che a me ha incuriosito di più, però e forse incuriosisce anche voi, è il fatto che anche lui si spaventasse dalle sue urla!

Il fatto che si spaventasse di sé stesso.

Com’è possibile spaventarsi da sé stessi?

Com’è possibile spaventarsi da sé stessi?! Sono io, lo so che sono io. Non è un altro che grida. Sono io che sto gridando… Eppure…

Vi è mai capitato di dire o fare una certa cosa e poi pensare “Cosa mi è saltato in mente di dire così?! Come ho potuto fare una cosa simile?!”. 

Magari non provate proprio spavento, però qualcosa che ci somiglia… una sorta di “non riconoscersi” o “non sono io, io non posso aver detto/fatto una cosa del genere”.

Può essere che ci arrabbiamo molto per una piccola cosa e ci esce una rabbia del tutto sproporzionata all’evento in sé. Quando ci calmiamo pensiamo “Cosa mi è successo..? come ho potuto arrabbiarmi così..?”.

Magari anche Pan sentiva qualcosa del genere “Com’è possibile che agisca una furia simile?! Com’è che sono così violento?!”.

La reazione che abbiamo davanti all’attacco di panico, la vedo come un “spaventarsi di sé stessi”. Mi spavento di me.

Ma non sappiamo veramente di che cosa, di me!

E questa è la cosa che ci fa andare in allerta più di tutto.

“Sento ansia, mi sento paralizzato, ho la tachicardia ma… non so perché… non sta succedendo  niente..!!”.

Oltre all’attacco di panico in sè, mi manda in panico non saper cosa mi sta accadendo e perché mi sta accadendo.

Ma, noi sappiamo che c’è sempre un perché, c’è sempre un senso. Nulla accade per caso.

L’attacco di panico non è la causa. E’ l’effetto. E’ un sintomo. E’ un segnale del corpo che non comprendiamo e, soprattutto, non controlliamo.

Pan prova furia (causa) e dunque urla e attacca le ninfe e i viandanti (effetto). 

Ci dev’essere una furia anche in noi… un vissuto, un conflitto di cui non siamo consapevoli ma che è presente al nostro interno, ben custodito dal nostro inconscio.

L’attacco di panico

L’attacco di panico è un tipo di risposta del genere “lotta o fuga”. E’ una reazione estrema, sproporzionata, che porta una paralisi.

Avete presente quando, in natura, alcuni animali per difendersi da un predatore “fanno il morto”?

Fingersi morti è una soluzione d’emergenza, una risposta estrema quando non c’è altra via di scampo ed è la vita stessa in pericolo.

Quando lavoriamo con gli attacchi di panico, infatti, scopriamo che è una risposta che compare per proteggere la persona da una situazione che viene percepita come ad alto rischio, pericolosa. Al di sotto ritroviamo sempre conflitti emotivi che non sono stati né affrontati, né tanto meno risolti. Emozioni che non sono state espresse, spesso associate a storie familiari di paura e pericolo e a un’intensa paura di morire.

Qui l’accento sta nel “viene percepita”: il sintomo (l’attacco di panico) compare per proteggere la persona da una situazione di alto rischio, così come viene percepita dall’inconscio.

Dunque: qui ed ora non sta accadendo nulla che mette in pericolo la mia esistenza, ma l’inconscio, che ricorda e conserva tutto, deve aver individuato degli elementi di rischio che lo rimandano a una precedente, passata esperienza traumatica che non è stata affrontata come avrebbe avuto bisogno di essere affrontata, non è stata processata ed elaborata e, il più delle volte è stata relegata così in profondità da venire dimenticata.

Ma, come è stato detto “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

L’energia del trauma è lì, viva e attiva e la nostra mente, per così dire, la congela. La blocca.

Resta bloccata e congelata fino a quando un giorno… una parola, un gesto, un odore, una situazione qualsiasi, la vanno a smuovere. 

Ci farà tremare, ma non capiremo perché, perché ci siamo in qualche modo dissociati, distaccati dall’emozione relativa.

Però il nostro organismo risponderà, reagirà. Ed è qui che il corpo ha un ruolo fondamentale. E’ qui importantissimo che ascoltiamo e osserviamo le nostre sensazioni e le nostre percezioni.

Che sento quando ho l’attacco di panico? Cosa mi succede? 

Cosa succede?

Forse non mi sento più il corpo, come se fossi anestetizzato… o magari non mi esce più la voce… o ancora, mi sembra che il cuore mi esca dal petto, mi tremano le mani, sudo freddo, mi sento soffocare…

Le nostre percezioni sono la pista da seguire per risalire al conflitto e al trauma. 

Il corpo ci indica la strada verso quello che la mente non sa di sapere. 

Il nostro cervello, infatti, non sopporta le situazioni in sospeso, le situazioni incomplete. E un trauma non elaborato è quanto di più sospeso, incompleto e in attesa ci possa essere.

Deve venire affrontato! Quell’energia bloccata, congelata deve trovare la sua opportuna via di scarica e di espressione.

In qualche modo non possiamo trovare pace finché non avviene questo.

Lavorare sugli attacchi di panico è lavorare su quello che c’è sotto, su quello che il nostro inconscio protegge e difende.

Il nostro cervello cerca e provoca continuamente situazioni analoghe a quella originaria per poter scaricare l’energia bloccata e trasformarla, per renderla di nuovo disponibile e fruibile nella nostra esistenza.

Non ci capitano sempre le stesse cose perché siamo sfortunati o cattivi, ma perché abbiamo bisogno di imparare ad affrontarle in modi diversi.

Proviamo ad avvicinarci a ciò che temiamo e rifiutiamo.

Avvicinandoci, potremo scoprire qualcosa di noi che ancora non conoscevamo e, conoscendoci meglio, essere persone più complete e più forti, in grado di agire comportamenti nuovi.