Skip to main content

Diciamolo subito: no, lo stress non è “un problema”. Però lo può diventare. Vediamo come.

La parola “stress” viene dall’inglese to stress e significa “forzare, sollecitare, sottolineare, marcare”. Nel linguaggio comune viene usata ormai quasi unicamente con un’accezione negativa, nel senso di “forzare oltre misura, mettere sotto pressione, creare grave tensione”. Questa accezione ha preso talmente il sopravvento sul significato originale della parola che il termine inglese to stress è stato italianizzato in stressare, quando la traduzione corretta è “sollecitare, tendere, forzare…”.

Hans Seyle, il fisiologo che maggiormente ha dedicato le sue ricerche e i suoi studi a descrivere e approfondire cos’è lo stress, mutuò questo termine da un’altra disciplina che già lo utilizzava, ovvero la fisica.

In fisica lo stress indica la sollecitazione e la tensione cui un oggetto o un materiale è sottoposto. In questo senso non solo lo stress non è negativo, ma è addirittura necessario all’evoluzione.
La sua finalità è di fare da propulsore alla vita, in tutte le sue manifestazioni.

In questo momento sto premendo i tasti delle lettere dell’alfabeto sul mio pc e sullo schermo appaiono le parole del testo che sto scrivendo. Premendo i tasti li stresso, li sollecito, li schiaccio, ma questo non solo non presuppone uno stress per i tasti, ma addirittura contribuisce alla creazione di un articolo.

Ma perché non produce uno stress negativo?

In fondo io sto schiacciando i tasti, ripetutamente, a lungo, anche con una certa rapidità e a momenti anche con forza (ad es. quando metto un punto, o correggo qualcosa).

Non produce stress negativo perché i tasti sono fatti per essere premuti, sono fatti per essere schiacciati, sono tarati per potersi adattare alla sollecitazione delle mie dita.

I tasti sono fatti per poter assorbire una certa pressione, per adattarvisi e, addirittura, grazie a questa pressione per produrre qualcosa di creativo: un testo scritto. Se i tasti non venissero schiacciati, il testo non si scriverebbe.

Che cos’è dunque che fa da spartiacque tra stress proficuo e stress negativo? L’adattamento.

A molti di noi questa parola non piace. La mettiamo insieme e la confondiamo con altre parole come rassegnazione, sottomissione, cedimento… Ma se pensiamo questo, siamo fuori strada.

Anche qui l’etimologia delle parole ci viene in aiuto:

Adattare: dal latino ad – aptus, atto a, adatto a, fatto per.

I tasti del pc sono atti a essere premuti, sono fatti per essere premuti.

E noi? Se questa parola non ci piace vuol dire che pensiamo di non essere fatti per “essere fatti per” (che gioco di parole!), di non essere adatti a essere “atti a”.

Mentre è evidente che noi siamo fatti per renderci atti alle sollecitazioni, agli stimoli, alle novità e, certamente, anche ai problemi.

Per proseguire nel nostro ragionamento abbiamo bisogno di introdurre ora due concetti: uno è quello di Fattore Stressante (FS) e l’altro è quello di Risposta Fisiologica allo stress (RF). E’ molto importante che definiamo bene questi concetti e soprattutto che li teniamo separati, poiché nel linguaggio comune vengono usati indistintamente per definire lo stress. Vedremo che non sono assolutamente la stessa cosa.

Il fattore stressante (detto anche stressor) è qualsiasi stimolo dell’ambiente esterno che rompe l’equilibrio interno del corpo (l’omeostasi).

La risposta fisiologica allo stress (RF) è l’insieme dei cambiamenti e delle variazioni all’interno del nostro organismo allo scopo di ristabilire l’omeostasi.

Nel nostro esempio, il FS è la pressione delle mie dita sui tasti, mentre la RF è il cedimento dei tasti sotto la pressione delle mie dita. Le dita premono, il tasto si abbassa. Il tasto si adatta alla pressione e così tutto funziona. Vediamo cosa accade quando una persona viene raggiunta da un FR.

Il dott. Selye, che ho citato qualche paragrafo più su, definì lo stress come “una risposta inespecifica, stereotipata e sempre identica a uno stimolo, che si manifesta attraverso variazioni nel sistema nervoso, endocrino e immunitario”.

Osservò che ogni variazione era interdipendente dalle altre e che nell’insieme davano luogo ad una sindrome che denominò “Sindrome generale di adattamento”.

Nella fase iniziale, detta fase di Allarme, viene percepito un FS e il sistema nervoso si attiva allo scopo di mobilitare le energie per affrontarlo; nella fase intermedia, detta di Resistenza, l’organismo si attiva per redistribuire le energie evitando attività in quel momento inutili; nella fase conclusiva, detta di Esaurimento, se il FS permane, l’individuo perde la sua capacità di adattamento e di gestione della situazione, rendendosi vulnerabile alla comparsa di sintomi e malattie.

Dunque, tornando al nostro esempio: per formulare una metafora, diciamo che i tasti del computer sono me (persona) e la pressione delle dita è il FS.

In una situazione di normalità le dita premono un tasto e compare la lettera di quel tasto. Tutto bene.

Immaginiamo che le dita mantengono il tasto premuto oltre il tempo necessario: quella che compare è una sfilza di lettere tutte uguali.

Qui i tasti non sono fatti per essere premuti oltre un certo lasso di tempo, se si vuole scrivere. Ci vuole una pressione precisa e puntuale, né maggiore né minore. I tasti non si adattano più di così.

E noi? Davanti a un FS, potremmo adattarci (renderci atti a) più di quanto stiamo facendo? La risposta più istintiva è no! Già stiamo facendo molto e poi non è giusto che ci dobbiamo sempre adattare!

Sdoganiamo allora l’idea che abbiamo dell’adattamento e cominciamo a pensare all’adattamento come alla Risposta Fisiologica.

I tasti cedono sotto la pressione delle dita (questa è la loro RF) e i tasti più di questo non sono adatti a fare.

Ma noi, esseri umani, abbiamo infinite potenzialità di adattamento, ovvero di risposta, di reazione, di comportamento, di pensiero, in una parola: di evoluzione.

Se pensiamo agli sviluppi della medicina, o della tecnologia, solo per fare esempi eclatanti. Malattie incurabili che ora sono curabili. Lo sviluppo di internet, poter comunicare da un continente all’altro in tempo reale…

Sono tutti sviluppi che sono partiti da stress, da necessità, da problemi, ai quali l’uomo ha cercato di dare una risposta sempre migliore, sempre più evoluta, sempre più atta a affrontare queste sollecitazioni e svilupparsi.

Perchè nel nostro quotidiano noi pensiamo di non poter mettere in pratica questo?

“E’ uno sporco (duro) lavoro, ma qualcuno deve pur farlo!”

(dal film “Per un pugno di dollari”, S. Leone)

Quando siamo sottoposti a un FS, a una tensione, a una sollecitazione che ci obbliga a muoverci da dove siamo, a cambiare, la nostra reazione è quella di opporre resistenza per mantenere la nostra omeostasi, il nostro equilibrio. Combattiamo la sollecitazione perché ci sentiamo minacciati. Questo è normale.

Ma l’equilibrio non è qualcosa di statico, non è l’immobilità.

Scrivere al computer è una danza tra le dita e i tasti. Pedalare in bicicletta è un gioco di muovere le gambe rimanendo seduti.

Non si tratta di mantenere l’equilibrio eliminando il problema, per rimanere come prima, ma di adattarsi al problema, di rendersi atti a una nuova sfida, un nuovo fattore stressante. Acquisire quella nuova abilità, che ancora ci manca, per superare quell’ostacolo e a quel punto raggiungere un nuovo equilibrio, più forte e più solido del precedente.

Questo potrebbe comportare sostituire il vecchio computer, per acquistarne uno nuovo, più performante. Oppure adottare una manualità diversa, imparando a usare le dita in modo più idoneo mentre scrivo al pc.

L’obiettivo è sempre quello di migliorare la qualità della nostra vita, facendo tutti i cambiamenti e gli interventi che ci sembrano più opportuni.

Parafrasando un’altra celebre frase tratta dal film “Il gattopardo” di L. Visconti “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, io direi: se vogliamo che tutto cambi, niente può rimanere com’è. Noi per primi.

“Sono molto occupato, non ho tempo per preoccuparmi”.

(W. Churchill)

Leave a Reply